“In Picasso tutto inizia con il segno” (Di Martino) e questo è tanto più apprezzabile nella sua opera grafica, non solo perché comprensiva di circa 2.500 incisioni distribuite in oltre settant’anni di attività incisoria ma perché, grazie alla straordinaria abilità che gli permise di esaurire e rinnovare le differenti tecniche, tale corpus si rivela prodotto autonomo e resta davvero quale “biografia”, diario le cui pagine sono gli “stati” che si susseguono e riprendono. In questo senso per Picasso – noto soprattutto come pittore – veramente la pittura è “accessoria” rispetto al contenuto da esprimere; i mezzi a disposizione dell’artista sono molteplici, da indagare e sfidare per tappe successive, valide anche nella loro apparente incompiutezza, come testimoniano i soggetti ripetuti di tante tele e i molteplici stati di molte incisioni. 

La collezione dello Sprengel Museum di Hannover, di cui la Triennale dell’Incisione e della Grafica presenta oltre centoventi pezzi, offre una panoramica completa sull’attività grafica di Picasso, a partire dalla sua prima incisione “d’arte” – la prima incisione di fatto fu eseguita a Barcellona nel 1899 – Le repas frugal del 1904, capolavoro del Periodo Blu: vigorosi colpi di bulino, contorni taglienti e dense ombreggiature che portano la cupa atmosfera di tante tele ad uno stadio di ulteriore impietoso realismo. Del 1905 è Salomé, mentre non presente in collezione è la Suite des Saltimbanques degli stessi anni, incisioni a puntasecca e acquatinte che sono sguardi malinconici e ironici sulla vita privata di saltimbanchi e gitani, con poche concessioni alla definizione “pittorica” del contesto. Raramente le incisioni di quel periodo, spesso lavorate su lastre già usate, vennero stampate al momento della creazione; tuttavia Picasso fu attratto dall’arte incisoria non solo e non tanto come alternativa alla pittura, o variante del disegno. Anzi, contro l’immediatezza di quest’ultimo sta proprio la difficoltà e la sfida – oltre alla grande libertà – che l’incidere impone, per il confronto tra manualità e materia che gli fece stabilire stretti rapporti con gli stampatori – Mourlot, Lacourière, Fort, i Crommelynck – al fine di seguire fino in fondo la lavorazione; addirittura comprò un vecchio torchio per tirare le proprie opere. È questo un elemento affascinante della sua attività grafica che rende ancora più preziosa la presente esposizione: la maggior parte delle stampe di Picasso è costituita da stampe “originali”, “d’artista”, non solo inventate ma di fatto segnate dalla sua mano – pura appendice dell’occhio – e seguite poi sino al momento della stampa. Aspetti questi che contribuiscono a fare di Picasso il maggiore incisore del XX secolo, colui che ha sperimentato le varie tecniche – acquatinta, puntasecca, bulino, linoleum, xilografia – ricavandone nuove regole di lavoro da offrire al mondo dell’arte. 

Benché non manchino incisioni della fase cubista, negli anni in cui più di altri contribuì a rivoluzionare le prospettive dell’arte contemporanea, Picasso preferisce esaurire la sua ricerca sul mezzo pittorico, per cui lastre cubiste compaiono solo attorno al 1911, “in ritardo” o sarebbe meglio dire autonomamente rispetto agli esiti del 1907. La passione per l’incisione torna invece prepotente nel corso degli anni trenta facendo delle incisioni una sorta di diario per le sue riflessioni o i suoi sogni. Dal 1930 esegue la serie su temi classici commissionatagli da Vollard e il lavoro si intensifica nel biennio 1933-34; il risultato finale è la famosa Suite Vollard – presente in mostra con 17 pezzi – in cui due temi campeggiano: l’atelier dello scultore svolto in 45 tavole, una sorta di sereno commento dell’artista sulla propria attività di scultore, e il Minotauro. 

La creatura dal corpo umano e con testa di toro pervade la produzione degli anni trenta e ne è probabilmente la parte più significativa; bestialmente trionfante o colpito nell’arena, o ritratto mentre accarezza una fanciulla, è una creazione favolosa che pare conciliare la Spagna e l’Antichità e che oltre a trasmettere l’ossessione picassiana per i soggetti erotici anticipa elementi che si ritroveranno in Guernica. Lo stesso è il protagonista di uno dei capolavori tra le incisioni del maestro spagnolo, la Minotauromachia (1935) – indifeso e cieco, il Minotauro viene guidato da una fanciulla che regge una candela – e ricompare in molte lastre successive. D’altronde, mentre la Suite Vollard si conclude con tre ritratti del mercante d’arte (di cui uno presente in esposizione), figure e scene dominanti della serie diventano tematiche ricorrenti, sicché l’opera grafica picassiana può essere agevolmente analizzata non solo per successione cronologica ma osservando come alcuni soggetti, più di altri, vengono ripresi nel tempo e trattati nelle differenti tecniche. Picasso si dedica anche all’illustrazione di libri – Lysistrata, Le Chef-d’oeuvre inconnu di Balzac e Le metamorfosi di Ovidio, la Storia naturale di Buffon e più tardi incisioni per testi di Gongora e Reverdy – mentre nel corso degli anni quaranta è soprattutto la litografia, già sperimentata nel 1919, ad assorbire il suo lavoro con le prime prove a colori. Ai temi della sua gioventù, circo e scene di corrida, e alle tavole ispirate al David e Betsabea di Cranach – un tuffo nel Medioevo da cui Picasso riporta accentuato il gusto dell’arcaico e dell’arabesco –, si accompagnano molte lastre pervase da una sana gioia pagana – che si ritrova anche nella produzione degli anni cinquanta. Sempre attorno alla metà del secolo si definisce ricorrente un altro soggetto, il picador – e d’altronde la prima incisione del 1899, El Zurdo, ritraeva appunto un picador. Sono gli anni dell’amicizia con Luis Miguel Dominguin, “artista” della corrida – il cui libro Toros y Toreros (1961) verrà illustrato con incisioni di Picasso – e quelli della relazione con Jacqueline Roque, sua compagna per il resto della vita: dopo Françoise sur fond gris (1950) – la precedente compagna – è lei la nuova musa nei tanti busti e ritratti che si alternano a composizioni in cui Picasso inserisce deliberatamente derivazioni dai Capricci di Goya riproponendo il tema dell’artista e della modella, questa volta, tuttavia, con un segno maggiormente nervoso, accentuato dall’uso di un inchiostro più fluido. 

Attraverso sogni di donne, chitarristi, cavalieri e variazioni su opere di grandi artisti del passato (Rembrandt, Velasquez, Murillo, Raphael, Courbet o Manet – Le déjeneur sur l’herbe) spesso inseriti anche come personaggi tra gli altri, sono specialmente due temi – che poi fanno tutt’uno – a riempire prepotentemente gli ultimi decenni, intensissimi per attività, del genio spagnolo: Amore e Morte. Quasi a rifiutare compromessi con l’appressarsi della fine della propria esistenza, Picasso ha lasciato lastre che testimoniano la sua freschezza interiore, la passione erotica, per cui la materialità e la difficoltà stessa dell’arte incisoria sembrano stimolare la velocità e la potenza insieme del segno. Se nel 1966 non dipinge alcun quadro e poco tempo dopo che la sua opera grafica comincia ad essere esposta (è del 1966 la grande mostra presso la Biblioteca Nazionale di Parigi), a ottantasette anni, tra il 16 marzo e il 5 ottobre 1968, incide 347 lastre (concludono l’esposizione con 12 pezzi), stampate come la maggior parte dell’ultimo decennio presso i fratelli Crommelynck a Mougins. Si tratta di una prodigiosa effusione – tradotta nelle diverse tecniche, acquaforte, bulino, puntasecca, acquatinta, talvolta combinate tra loro – in cui ritornano soggetti già visti, tratti dal mondo del circo, come pure moschettieri, ma in cui domina l’ossessione per l’artista come voyeur. Laddove in precedenza era il sottile tormento dell’incapacità di creare ora c’è l’artista-osservatore, piuttosto che protagonista, di scene e figure erotiche e vitali. C’è il segno della riflessione.

 

 

 

 

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